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La scuola in Italia prima della Repubblica

Generalità

Posto che il diritto pubblico è costituito dalle norme che disciplinano la struttura ed il funzionamento dell’apparato statale, il diritto scolastico si configura come una parte del diritto pubblico.

Esso, infatti, regola l’Amministrazione scolastica, ossia la struttura, gli organi ed i soggetti attraverso i quali lo Stato esercita la funzione pubblica dell’insegnamento.

La legge Casati

L’atto di nascita della legislazione scolastica italiana e della nostra scuola si fa risalire alla legge Casati (13 novembre 1859) con la quale si pone a carico del costituendo Stato italiano la responsabilità dell’azione educativa del popolo, e si dà luogo ad una prima positivizzazione del principio dell’obbligatorietà e gratuità dell’istruzione, almeno elementare.

In occasione di un suo intervento in Parlamento, nel 1874, Francesco De Sanctis osservò: "L’istruzione elementare è innanzitutto una questione di interesse pubblico come l’Amministrazione della giustizia, come la guerra, come la marina, come tutti i servizi pubblici; è qualche cosa che non interessa la famiglia solamente, ma interessa tutti. Ond’è che in questo concetto l’azione dello Stato diviene principale, e l’azione dei Comuni e della famiglia diviene sussidiaria".

La legge Casati affronta, per la prima volta, il grave problema dell’analfabetismo dominante in tutta Italia (78% della popolazione) ma non arriva alla sua soluzione; l’assenza di prescrizione dell’obbligo della frequenza da parte dell’alunno e di sanzioni al riguardo, l’affidamento ai Comuni dell’obbligo di istituire le scuole in proporzione alle proprie disponibilità finanziarie, dappertutto precarie, vanificano l’intervento legislativo. Il censimento del 1871 accerta che dopo 10 anni di scuola obbligatoria, l’analfabetismo, piuttosto che diminuire, è notevolmente aumentato.

La legge Coppino

La legge Coppino del 15 luglio 1877 non sortisce migliori risultati per quel che riguarda il proposito della alfabetizzazione, nonostante lo stanziamento dei fondi necessari ai Comuni per istituire le scuole occorrenti, e l’imposizione ai genitori di inviare i propri figli a scuola fino all’età di 9 anni; mancano ancora le sanzioni contro gli inadempimenti, il termine prescrittivo di adempimento dei loro obblighi per i Comuni, e soprattutto, la coscienza popolare della valenza e della necessità dell’istruzione.

La legge Orlando

La legge Orlando dell’8 luglio 1904 estende l’obbligo scolastico dal 9º al 12º anno di età, impone ai Comuni di istituire scuole almeno fino alla quarta classe, nonché di assistere gli alunni più poveri ed elargisce fondi ai Comuni con modesti bilanci.

Gli effetti, tuttavia, non sono quelli desiderati: i contributi statali si rivelano ben presto inadeguati e ciò impedisce l’istituzione delle scuole occorrenti.

L’analfabetismo non decresce, acquista però sempre più forza il convincimento che non i Comuni ma lo Stato abbia il dovere di provvedere all’istruzione ed alla formazione dei cittadini.

Emblematico in tal senso è un discorso pronunciato in Parlamento, l’8 maggio 1907, da F.S. Nitti: "In Italia la popolazione scolastica è così scarsa ancora, dopo 50 anni di unità e dopo 30 anni di istruzione obbligatoria, che si può dire che lo scopo della legge del 1877 non fu mai realizzato. Vi sono almeno 4 milioni e mezzo di bambini che avrebbero l’obbligo di seguire le scuole, ma sono appena 2 milioni e 700 mila che le frequentano… Sì i Comuni dovrebbero fare, ma se i Comuni non fanno, vi è forse il Governo che li spinge?".

La legge Credaro

Con la legge Credaro del 4 giugno 1911, n. 407 comincia a trovare una prima timida concretizzazione l’idea di affidare allo Stato il compito della gestione dell’istruzione e della formazione dei futuri cittadini.

Pertanto si avvia, sia pur con estrema gradualità, il passaggio allo Stato delle competenze e delle funzioni dei Comuni in materia di gestione delle scuole: in particolare, le scuole dei capoluoghi di Provincia restano affidate alla gestione dei Comuni; le scuole degli altri Comuni passano alle dipendenze dei Provveditorati agli studi.

La legge Credaro, poi, prevede nel bilancio dello Stato stanziamenti a vari fini: per l’apertura di nuove scuole, per l’edilizia scolastica, per l’istituzione di Patronati scolastici per l’assistenza ai meno abbienti, per migliorare la retribuzione degli insegnanti, per istituire scuole serali e festive per gli adulti analfabeti.

La riforma Gentile

Gli anni successivi al primo conflitto mondiale vedono lo Stato fermamente impegnato a dare un assetto organico al sistema scolastico, riesaminando le norme in vigore, rimuovendo quanto di improduttivo ed imperfetto esisteva nell’organizzazione della scuola.

A tanto provvede la c.d. riforma Gentile (L. 31-12-1923, n. 3126) che prende il nome dal filosofo Giovanni Gentile al quale fu affidato l’incarico di "disegnare" il nuovo assetto scolastico ispirandosi alle linee guida della filosofia neoidealistica e dell’ideologia politica prevalente nel nostro Paese.

Il pensiero di Giovanni Gentile in materia ruota intorno alla affermazione per cui: "Nella scuola lo Stato realizza sé stesso… Perciò lo Stato insegna e deve insegnare. Deve mantenere e favorire le scuole…".

La riforma Gentile si sostanzia in una congerie di norme (decreti, regolamenti, etc.) raccolti in un T.U. (R.D. 5-2-1928, n. 577) e nel relativo regolamento di esecuzione (R.D. 26-4-1928, n. 1297) che interessano le scuole di ogni ordine e grado, comprese le Università.

I punti chiave della riforma Gentile sono:

— l’estensione dell’obbligo scolastico fino al 14º anno di età con un corso elementare della durata di 5 anni e con un corso di avviamento professionale della durata di tre anni per coloro che non accedono alla scuola media;

— l’istituzione di scuole speciali per handicappati sensoriali della vista e dell’udito;

— la disciplina di tutti i tipi di istituzioni scolastiche (statali, private, parificate, etc.) nelle quali svolgere l’obbligo scolastico;

— l’insegnamento obbligatorio della religione cattolica;

— l’istituzione di rigidi controlli per la inadempienza dell’obbligo scolastico;

— la creazione dell’istituto magistrale per la preparazione dei maestri elementari.

Il ventennio fascista si mantiene, nella sostanza, aderente ai principi intellettualistici della riforma Gentile: il sistema scolastico conserva la concezione aristocratica della cultura e dell’educazione; la scuola superiore è riservata a pochi, ai migliori per censo e per classe sociale; soltanto ai diplomati del liceo classico è consentita l’iscrizione a qualunque Facoltà universitaria.

Alle classi più modeste e meno abbienti è riservata l’educazione del lavoro, ritenuta una degli obiettivi primari del processo educativo, e svolta attraverso la frequenza della scuola di avviamento professionale, riordinata dalla L. 22-4-1932, n. 490, e le scuole dell’ordine tecnico.

Gli articoli 33 e 34 della Costituzione
La scuola in Italia prima della Repubblica
La scuola dopo la Costituzione repubblicana



Storia dell'ordinamento scolastico
Gli articoli 33 e 34
   della Costituzione
La scuola in Italia
   prima della Repubblica
La scuola dopo la
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