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La scuola dopo la Costituzione repubblicana

La Costituzione della Repubblica italiana promulgata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948 dedica alcuni articoli all’istruzione considerata come uno dei fini di benessere perseguiti dallo Stato, ovvero dei fini di cui ogni Stato, in relazione al momento storico e alla ideologia politica della classe al potere, può farsi carico per procurare un maggior benessere alla collettività e per migliorare ed elevare le condizioni di vita dei cittadini. In particolare è sottesa alla Costituzione l’opzione della neonata Repubblica Italiana in favore di una scuola democratica, ponte di passaggio tra la famiglia, primigenio nucleo formativo della persona, e la società come luogo di integrazione con gli altri individui e di esplicazione della propria personalità.

Art. 3) - Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla Legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 9) - La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico ed artistico della nazione.

Art. 30) - È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nel caso di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.

Art. 33) - L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La Legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali, che chiedono la parità deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Art. 34) - La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Art. 38) - Gli inabili e i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.

La riforma della scuola media

Il principio costituzionale dell’obbligatorietà e gratuità dell’istruzione impartita per almeno otto anni (ovvero dal 6º al 14º anno d’età) trova attuazione nella L. 31-12-1962, n. 1859, istitutiva della scuola media unica, che dispone: "l’istruzione obbligatoria successiva a quella elementare è impartita gratuitamente nella scuola media, che ha la durata di tre anni ed è scuola secondaria di 1º grado".

La nuova scuola secondaria, unitaria, obbligatoria e gratuita abolisce le preesistenti scuole inferiori e cioè i primi tre anni di ginnasio, i primi quattro degli istituti magistrali e tecnici, le scuole secondarie di avviamento professionale, i corsi inferiori delle scuole d’arte e dei conservatori di musica, le classi post-elementari previste dall’art. 172 del T.U. 577/1928.

Il carattere democratico della nuova scuola media unica si rivela tanto più auspicabile in un contesto sociale il cui evolversi costante, dal dopoguerra in poi, rende anacronistico ed inadeguato il vecchio ordinamento scolastico di taglio squisitamente classista e selettivo ancorato all’ideologia e all’impostazione gentiliana, e trova un preciso riscontro nell’introduzione di nuove strategie educative e di un progetto di rinnovamento della didattica in chiave orientativa che punta alla qualità e non alla quantità dei contenuti.

La scuola materna statale

La L. 18-3-1968, n. 444 istituisce la scuola materna statale che "accoglie bambini nell’età prescolastica dai tre ai sei anni e si propone fini di educazione e di sviluppo della personalità infantile, di assistenza e di preparazione alla scuola dell’obbligo, integrando l’opera della famiglia".

Il carattere statale della scuola materna ne sottolinea la gratuità laddove fino ad allora l’istruzione prescolastica era stata affidata ad enti locali, ecclesiastici e non, a privati ed era spesso a pagamento.

Il tempo pieno

La legge 24-9-1971, n. 820 istituisce la scuola "a tempo pieno", riduce il numero massimo di alunni per ciascuna classe a 25, avvia la sperimentazione di attività integrative che affiancano le materie curricolari richiedendo un impegno scolastico temporale più lungo e il coinvolgimento di tutti i docenti in lavori integrati e pluridisciplinari.

L’intento della L. 820/71 è, dunque, quello di fornire alla scuola nuovi strumenti e metodi in grado di garantire una "piena e completa" educazione.

I decreti delegati

La legge 30 luglio 1973, n. 477 delega il Governo ad emanare norme sul riordinamento dell’organizzazione della scuola e sullo stato giuridico del personale direttivo, ispettivo, docente e non docente della scuola dello Stato, con un termine di nove mesi dall’entrata in vigore della legge stessa.

I decreti delegati del 1974 costituiscono la risposta legislativa alle contestazioni studentesche clamorosamente culminate nel 1968 e ai nuovi atteggiamenti degli intellettuali democratici e progressisti che, assumendo la convinzione che i fermenti innovativi trovano corrispondenza nella mutata situazione sociale, economica e culturale, avvertono come non più rinviabile l’attuazione di una scuola diversa, orientativa e promozionale al posto di quella selettiva contestata a gran voce dagli studenti in tutte le piazze e le scuole d’Italia.

I decreti delegati nn. 416, 417, 418, 419, 420 emanati con D.P.R. 31 maggio 1974 e ora integralmente confluiti nel Testo unico delle leggi sulla scuola (D.Lgs. 297/94), contengono norme giuridiche riguardanti:

— istituzione e riordinamento di organi collegiali della scuola di ogni ordine e grado;

— stato giuridico del personale della scuola statale;

— corresponsione di un compenso per lavoro straordinario al personale scolastico;

— sperimentazione e ricerca educativa, aggiornamento culturale e professionale;

— stato giuridico del personale non insegnante statale delle scuole.

I decreti delegati impostano in modo nuovo la professionalità dei docenti, definiscono il loro ruolo e creano nuovi organismi di gestione a livello nazionale (Consiglio Nazionale della P.I., I.R.S.S.A.E., distretti scolastici).

La scuola diviene una struttura non più verticistica ma orizzontale in cui l’organizzazione ed il funzionamento, sul piano amministrativo e sul piano didattico ed educativo, sono affidati ad organi a carattere collegiale democratico che, nel rispetto delle competenze di ciascuno, assicurano la partecipazione di tutta la comunità scolastica alla vita della scuola.

L’integrazione degli alunni handicappati

Con la L. 517/77 il principio costituzionale dell’eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3 trova riscontro concreto anche nell’ambito scolastico, ammettendosi che in una scuola realmente democratica e, per volontà del Costituente, aperta a tutti, devono trovare posto anche alunni handicappati accanto ad alunni normodotati.

Naturalmente l’integrazione deve avvenire attraverso attività di sostegno ad hoc predisposte e realizzate da insegnanti specializzati il cui ingresso nella scuola rompe l’impostazione didattica individualistica tradizionale per consentire "l’apertura delle classi" e la "collegialità dell’insegnamento".

La riforma della scuola elementare

Con la L. 5-6-1990, n. 148 si dà attuazione alla tanto attesa ed auspicata riforma dell’ordinamento della scuola elementare.

La scuola elementare in particolare concorre alla prima formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità individuali, sociali e culturali: si propone, in altre parole, lo scopo dello sviluppo della personalità del fanciullo promuovendone la prima alfabetizzazione culturale. Nella rinnovata scuola elementare trova posto anche l’insegnamento di una lingua straniera (L. 114/93) in linea con l’intento di continuità del processo educativo (rispetto alla scuola media nella quale tale insegnamento è obbligatorio) che anima la legge di riforma e che sottende alle numerose forme di raccordo pedagogico, curricolare ed organizzativo con la scuola materna e con la scuola media.

Il Testo Unico n. 297/94

Con la legge delega 10-4-1991, n. 121, successivamente modificata dalla L. 20-4-1993, n. 126, il Parlamento ha autorizzato il Governo ad emanare entro il 30 aprile 1994 un Testo Unico delle disposizioni legislative vigenti relative alle scuole di ogni ordine e grado, ivi comprese le scuole italiane all’estero, e all’ordinamento dell’amministrazione scolastica centrale e periferica: il D.Lgs. 16-4-1994, n. 297.

La legislazione confluita nel Testo unico vige — secondo quanto disposto dall’art. 676 — nella formulazione da esso risultante; quella non inserita resta ferma nella sua vigenza; quella che risulti ad esso contraria o incompatibile è abrogata.

La chiarezza testuale della norma finale ci fa intendere che, pur sostituendosi alla legislazione scolastica previgente con l’intento di coordinare disposizioni talora contrastanti o di ambigua interpretazione, il Testo unico non esaurisce in sé la disciplina in materia di istruzione.

Altre fonti vanno, infatti, a completare il quadro normativo scolastico:

— le disposizioni in materia contrattuale succedutesi nel tempo a partire dal D.P.R. 10-4-1987, n. 207 fino al contratto collettivo nazionale di categoria stipulato il 4 agosto 1995;

— la disciplina del pubblico impiego che trova applicazione anche per il personale della scuola (D.P.R. 10-1-1957, n. 3; D.Lgs. 3-2-1993, n. 29 e succ. modif.);

— la congerie di norme di fonte secondaria (decreti ministeriali, circolari, regolamenti) necessariamente escluse dal Testo unico perché la delega di cui alla L. 121/91 era riferita a disposizioni di natura legislativa;

— le norme di legge intervenute successivamente a regolare la materia scolastica.

La Carta dei servizi scolastici

Nel quadro di una progressiva sensibilizzazione della P.A. nei confronti delle aspettative dei cittadini a fruire di prestazioni efficienti si colloca la Carta dei servizi pubblici come codice di autoregolamentazione cui ciascuna P.A. deve attenersi nell’erogazione dei pubblici servizi.

L’obbligo della sua adozione si fa risalire alla direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27 gennaio 1994 con la quale si definiscono i servizi pubblici come quelli che tendono a "garantire il godimento dei diritti della persona, costituzionalmente tutelati, alla salute, all’assistenza e previdenza sociale, alla istruzione e alle libertà di comunicazione, alla libertà e sicurezza della persona, alla libertà di circolazione, e quelli di erogazione di energia elettrica, acqua e gas", nonché all’art. 2 della L. 273/95 che prevede l’elaborazione di carte dei servizi settoriali.

La scuola italiana avverte da tempo la necessità di imparare a conoscersi, valutando e misurando i livelli qualitativi delle prestazioni rese per poter rilevare con tempestività le deficienze e le discrasie ed introdurre idonei correttivi.

L’adozione della Carta dei servizi scolastici (DPCM 7-5-1995) impegna seriamente ciascuna unità scolastica a garantire un servizio più orientato allo studente e perciò qualitativamente migliore perché ancorato a precisi standard o fattori di qualità.

Tali standard si identificano:

— nell’uguale possibilità di accesso e di fruizione dei servizi scolastici secondo l’insegnamento costituzionale (art. 34, 1° comma), cui si accompagna l’impegno in favore dell’integrazione degli alunni nella realtà scolastica con particolare riguardo alle situazioni problematiche (studenti lavoratori - stranieri - degenti negli ospedali - internati negli istituti carcerari etc.);

— nell’imparzialità e regolarità dei servizi scolastici da intendersi come obiettività ed equità nella gestione della scuola;

— nella partecipazione alle scelte scolastiche nella quale si fa rientrare il diritto dell’utente di scegliere liberamente fra le istituzioni che erogano il servizio scolastico e il coinvolgimento dello studente e dei genitori nell’offerta formativa elaborata nel Progetto educativo di istituto (c.d. contratto formativo);

— nella efficienza e trasparenza delle decisioni di politica educativa, ma anche dei singoli servizi amministrativi (ad es. i servizi di segreteria);

— nel costante aggiornamento didattico dei docenti, punto focale della programmazione educativa.

L'autonomia scolstica

La legge 15 marzo 1997, n. 59, recante delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle Regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa, riprende l’indicazione normativa già inserita nella legge 24-12-1993, n. 537 ampliandone i contenuti nel senso di proiettare il processo autonomistico delle istituzioni scolastiche e degli istituti educativi nel più ampio contesto della riorganizzazione dell’intero sistema formativo.

Pur affidandosi ad interventi normativi successivi per dare concretezza al manifesto intento riformatore, il legislatore segna con precisione le tappe di questo processo evolutivo:

— individua i parametri in relazione ai quali opera il riconoscimento della personalità giuridica, ovvero il raggiungimento di requisiti dimensionali ottimali attraverso piani di dimensionamento della rete scolastica;

— predispone l’avvio di apposite iniziative che rendano meno traumatico il passaggio al nuovo regime di autonomia aventi ad oggetto formazione del personale, analisi delle realtà territoriali, sociali ed economiche delle singole istituzioni scolastiche, interventi perequativi dal punto di vista finanziario etc.;

— definisce con esattezza la portata del riconoscimento dell’autonomia organizzativa, didattica e finanziaria, nonché delle implicazioni pratiche che vi sono connesse;

— managerializza lo stato giuridico dei capi di istituto conferendo loro la qualifica dirigenziale contestualmente all’acquisto della personalità giuridica e dell’autonomia da parte delle singole istituzioni scolastiche.

La riforma degli esami di maturità

Con la L. 10-12-1997, n. 425 si è provveduto a riformare l’esame conclusivo degli istituti di istruzione secondaria superiore (cd. esame di maturità) avente come finalità l’analisi e la verifica della preparazione di ciascun candidato in relazione agli obiettivi generali e specifici propri di ciascun indirizzo di studi.

La citata legge ed il successivo regolamento di attuazione (D.P.R. 23-7-1998, n. 323) dispongono l’articolazione dell’esame di maturità su tre prove scritte, di cui una a carattere multidisciplinare, ed una prova orale, introducono un nuovo sistema di valutazione del rendimento calcolato in centesimi e prevedono un ulteriore parametro valutativo rappresentato dal credito scolastico. È infatti disposto nell’art. 6 della L. 425/97 che il consiglio di classe attribuisce ad ogni alunno che ne sia meritevole, nello scrutinio finale di ciascuno degli ultimi tre anni della scuola secondaria superiore, un credito per l’andamento degli studi per un totale massimo di venti punti.

L’innalzamento dell’obbligo scolastico

L’innalzamento dell’obbligo scolastico oltre gli otto anni previsti dalla Costituzione era da tempo considerato un obiettivo prioritario della politica scolastica, sia in risposta all’esigenza di uniformare il nostro ordinamento a quello vigente negli altri Paesi europei, sia per far fronte all’esigenza di fornire agli studenti una base culturale più congrua, anche in un’ottica tecnico-professionale, e facilitare così l’ingresso in un mondo del lavoro sempre più specialistico.

La L. 20-1-1999, n. 9 dispone che, a decorrere dall’anno scolastico 1999-2000 l’obbligo di istruzione è elevato da otto a dieci anni. Tuttavia, in sede di prima applicazione della legge, l’obbligo avrà durata novennale fino ad estendersi — in concomitanza al generale riordino del sistema dei cicli scolastico — al diciottesimo anno di età (cd. obbligo formativo) con un corso di studi a conclusione del quale gli studenti possono acquisire un diploma di scuola secondaria superiore o una qualifica professionale.

Gli articoli 33 e 34 della Costituzione
La scuola in Italia prima della Repubblica
La scuola dopo la Costituzione repubblicana



Storia dell'ordinamento scolastico
Gli articoli 33 e 34
   della Costituzione
La scuola in Italia
   prima della Repubblica
La scuola dopo la
   Costituz. repubblicana