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I movimenti no global e l’economia solidale

Nel novembre del 1999 nella tranquilla cittadina americana di Seattle, sull’oceano Pacifico, si riuniscono i membri del Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, per prendere importanti decisioni sull’economia mondiale. In quell’occasione sono scese in piazza molte persone che non credevano che le leggi del mercato venissero prima di ogni altra cosa e che fosse necessario invece difendere i diritti dei più poveri. Erano circa 40.000 persone. Chi erano? Pacifisti, ambientalisti, esponenti di Organizzazioni non governative, membri di associazioni di volontariato.

Si trattava, insomma, di persone che non appartenevano a un determinato partito politico e non aderivano a una ideologia o a un credo religioso. Questi uomini e donne così diversi tra loro avevano però un’idea comune: è possibile realizzare un mondo più giusto, una economia più equa, una "equo-nomia". All’inizio a questo movimento è stato dato il nome di "no global", e cioè di persone "contro la globalizzazione". Una definizione che però non corrisponde del tutto alle intenzioni di questi manifestanti che, al contrario, si battono per una globalizzazione più giusta, non imposta dall’alto, dalle logiche delle industrie multinazionali o dei governi degli stati più ricchi e potenti. Una globalizzazione che parta dal basso, dalle piccole realtà locali dei lavoratori del Sud del mondo, affinché anche a loro sia data una possibilità per sopravvivere, per non essere schiacciati dal motore in folle corsa dell’economia globale.

No global e new global

La rete di attivisti impegnati in questa battaglia viene oggi definita, in maniera più appropriata, "new global", ovvero "nuova globalizzazione", e cioè globalizzazione non della produzione e del commercio di merci, ma dei diritti umani, in nome di valori alternativi a quelli oggi dominanti. Valori come solidarietà, sviluppo, rifiuto del consumismo, recupero delle tradizioni locali. Dopo Seattle, il movimento ha continuato a far sentire la sua voce in occasione di eventi internazionali o attraverso i "Social Forum", appuntamenti mondiali per discutere insieme e per confrontarsi su queste tematiche. Il più recente si è svolto a Porto Alegre, nel sud del Brasile, dove nel 2003 si sono radunati più di 100.000 persone da tutto il mondo. Gli attivisti manifestano perlopiù in maniera pacifica, ad eccezione di alcune frange violente, i cosiddetti "black block" che, nel corso del Social Forum di Genova, nel luglio 2001, furono responsabili del clima di tensione che indusse le forze dell’ordine a reagire in maniera violenta.

La spesa giusta

Il "consumo critico" consiste in una serie di piccoli gesti quotidiani che ciascuno di noi può attuare ogni giorno. Quando andiamo a fare la spesa, oltre a considerare il prezzo e la qualità dei prodotti in esposizione, dobbiamo incominciare a interrogarci anche sulla loro "storia".

Acquistare un articolo realizzato da una grossa multinazionale oppure da una cooperativa locale può fare la differenza e aiutare piccole realtà industriali, agricole e artigianali a sopravvivere. Non sempre infatti la qualità migliore è abbinata alle marche più conosciute, cioè più pubblicizzate. Infatti non tutte le aziende hanno a disposizione tanto denaro da spendere in una campagna pubblicitaria che coinvolga radio e televisioni. Alcune preferiscono investire di più nella qualità che nella propaganda.

Il commercio equo e solidale

Le "botteghe del mondo" sono dei piccoli negozi, oltre 300 in tutta Italia, in cui è possibile acquistare prodotti dei Paesi in via di sviluppo, con la certezza di non essere complici dello sfruttamento dei lavoratori o dell’ambiente. L’idea di questo tipo di commercio alternativo è nata negli anni ’70 e si fonda sul tentativo di costruire rapporti commerciali diversi, basati sul concetto di solidarietà e di giustizia. Il meccanismo del "commercio equo" è molto semplice: in Brasile o in America Latina i piccoli coltivatori di caffè (o di banane, cacao, zucchero, ma anche gli artigiani) si organizzano in cooperative che vendono direttamente ad altre cooperative che hanno sede nel Nord del mondo. In questo modo il prezzo di un prodotto viene fissato da chi lo realizza, o lo coltiva, e non imposto da chi lo commercia. Inoltre questo meccanismo permette di fare a meno della mediazione delle multinazionali, che fanno salire il prezzo dei prodotti, ma non a vantaggio dei lavoratori.

(tratto da: V. Ardone, Il pianeta delle differenze. La globalizzazione spiegata da un fotoreporter ai suoi figli, Edizioni Simone per la scuola, Napoli 2005)







Il pianeta delle differenze
La globalizzazione spiegata da un fotoreporter ai suoi figli

pp. 224, € 8,00

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