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I percorsi didattici flessibili

In una classe che non presenta forti oscillazioni né fra i prerequisiti di ogni singolo allievo né relativamente alle loro capacità intellettive, è possibile programmare un’azione didattica che preveda il raggiungimento degli stessi obiettivi da parte di tutti gli alunni. È, questo, sicuramente il fine che la scuola deve perseguire, per cui tali percorsi dovrebbero diventare il modello di base sul quale impostare tutta l’azione didattica.

In estrema sintesi, il metodo prevede un momento iniziale di trasferimento delle conoscenze da parte dell’insegnante verso l’intera classe e successivamente una serie di azioni flessibili, rivolte ai singoli o a gruppi più o meno numerosi di alunni, che, programmate a inizio attività, vengono impiegate a seconda del procedere dell’azione didattica.

La prima cosa da mettere in evidenza è la presenza di due momenti, uno collettivo e uno frammentato, nei quali ogni alunno si viene a trovare in situazioni diverse, sia dal punto di vista della socialità, sia da quello cognitivo: infatti, durante la fase di lavoro collettivo, i più timidi o i più deboli nelle conoscenze, oppure quelli che hanno tempi di apprendimento più lunghi, si trovano a disagio e si sentono quasi emarginati; nel secondo momento, l’insegnante provvede a creare gruppi dalla consistenza variabile nei quali ogni singolo perde la sensazione di disagio, sia perché è a contatto con un numero ridotto di compagni con i quali deve confrontarsi, sia perché si trova con soggetti che hanno i suoi stessi livelli di conoscenza e gli stessi ritmi di apprendimento.

L’applicazione del metodo comprende una serie di fasi da attuare in una scansione temporale alquanto precisa:

— motivazione degli alunni;

— lezione collettiva;

— consolidamento;

— verifica intermedia;

— eventuale recupero e/o approfondimento;

— verifica finale.

Si ricorderà che uno dei principi sui quali fondare la propria azione didattica è quello della "motivazione". Si possono ora analizzare altri aspetti di questo fattore interno dell’uomo che tanto condiziona il modo di essere di ognuno.

L’apprendimento degli alunni dipende esclusivamente da loro stessi, come già illustrato in altra parte del libro, per cui l’insegnante deve innanzitutto essere lo stimolo necessario a far nascere negli allievi la voglia di conoscere, di fare, di iniziare e portare a termine le attività necessarie per il raggiungimento degli obiettivi programmati.

La motivazione trova le sue spinte o in fattori esterni, quali un premio o una punizione, oppure in quelli interni, quali la soddisfazione o il piacere di compiere un’azione. La scuola del passato tentava di plasmare gli alunni su modelli amati e imposti dagli insegnanti attraverso premi (bei voti, promozione) e punizioni (zeri spaccati, bacchettate sulle mani, ceci sotto le ginocchia, bocciatura). L’insegnante moderno deve riuscire a sollecitare la voglia di apprendere, stimolando soprattutto le motivazioni interne degli allievi.

Studi psicologici hanno messo in luce che le maggiori molle che spingono a voler apprendere sono dovute alla curiosità, al desiderio di saper fare, al voler emulare una persona che si ammira (genitore, insegnante, personaggio storico o protagonista di romanzi, artista ecc.), al voler soddisfare le attese nutrite da altri (genitori, insegnanti, compagni ecc.).

Per motivare gli alunni, è necessario conoscere un po’ di psicologia e le tecniche didattiche, oltre ad avere una buona conoscenza di tutti i mezzi didattici. Al solito non è affatto semplice, soprattutto se si pretende che l’insegnante faccia tutto da solo, senza che siano programmati seri corsi di formazione relativi ai vari campi.

La lezione collettiva è la fase nella quale l’insegnante presenta gli argomenti oggetto di studio. Essa risulta efficace se coinvolge gli alunni e se è in grado di offrire stimoli. Per raggiungere questi risultati, è necessario che l’insegnante presenti gli argomenti o verbalmente, oppure usando gli appropriati mezzi didattici che coinvolgono in misura maggiore gli allievi.

In alternativa alla lezione collettiva gestita in prima persona dall’insegnante, è possibile organizzare un’attività di ricerca da parte degli alunni. In tal caso il percorso prevede un coinvolgimento diretto degli allievi immediatamente dopo la fase di motivazione. L’insegnante deve progettare le attività da far svolgere ai ragazzi, ma egli può farli partecipare già in questa fase, perché in tal modo essi si sentono responsabilizzati e sono impegnati in un’attività di per sé formativa. Progettare il lavoro da svolgere comporta in modo intrinseco fare ricerca, reperire documenti, prevedere l’andamento del percorso, avere sempre presente l’obiettivo da raggiungere e lavorare in autonomia; tutte cose, queste, che contribuiscono appunto alla formazione della personalità.

Le attività di ricerca vere e proprie consistono nel porre gli alunni davanti a un’ipotesi da verificare. La soluzione del problema può avvenire attraverso tentativi che inizialmente possono essere sbagliati, ma con il progredire dello studio portano all’esatta risoluzione; la soluzione può anche essere raggiunta, non per tentativi, ma attraverso il ragionamento, che prevede l’analisi dei dati a disposizione e la loro organizzazione.

La fase della ricerca può anche essere vista come l’applicazione di quelle metodologie didattiche note come problem solving.

Quando si sostituisce la lezione collettiva con un’attività a gruppi più o meno estesi, è necessario che al termine della fase di ricerca vi sia un momento collettivo che serve a organizzare tutto il lavoro svolto in maniera frammentaria. Questa operazione deve essere coordinata dall’insegnante, che deve aiutare gli alunni a fondere i risultati parziali ottenuti, affinché tutti possano avere una visione globale del lavoro svolto e acquisire le stesse conoscenze e le stesse idee nei confronti dell’argomento sviluppato.

Alla fase di conoscenza dell’argomento, deve seguire un intervento di consolidamento, che, attraverso l’esercizio, la ripetizione e l’applicazione in nuove situazioni, porta gli alunni a una memorizzazione stabile nel tempo sia dei contenuti che del loro utilizzo.

È solo a questo punto del percorso che si presenta la necessità di verificare quello che gli alunni hanno compreso. La fase di verifica va svolta in modo classico, mettendo in pratica gli accorgimenti già esposti. Gli alunni devono sapere ciò che viene loro richiesto e soprattutto devono sapere che la verifica effettuata in questo momento dell’attività non è una verifica che intende classificarli, ma serve solo per accertare quanto essi abbiano compreso e quale percentuale di obiettivi abbia raggiunto ognuno.

L’esame dei risultati della verifica fa scattare la flessibilità del metodo. Fisiologicamente non tutti gli alunni possono aver raggiunto lo stesso livello e quindi si presenta la necessità di separare i loro percorsi per dare la possibilità, a quelli che sono rimasti indietro con gli apprendimenti, di recuperare.

L’importanza del recupero è estrema in quanto, tutte le volte che un alunno non si riallinea prontamente agli altri, cominciano a formarsi lacune nella sua matrice cognitiva, che sono destinate ad allargarsi subito, già nel momento dello studio dell’argomento successivo. Ancora più grave è il fatto che un mancato recupero si ripercuote sulla sfera psicologica dell’alunno che perde fiducia in se stesso, ha un calo di interesse per lo studio, vede diminuite le motivazioni che lo spingono a imparare.

Per evitare l’instaurarsi di una situazione frustrante per il singolo, l’insegnante deve escogitare strategie utili a far colmare a tutti i ragazzi i ritardi di apprendimento. È in questa fase che il docente è impegnato in una vera e propria attività di ricerca, in quanto solo "provando e riprovando" egli riuscirà a trovare il modo giusto per porgere gli argomenti in modo tale che essi siano compresi e finalmente assimilati dall’alunno. Deve essere chiaro che gli interventi di recupero vanno attuati immediatamente dopo le normali attività didattiche nelle quali gli alunni sono risultati in ritardo.

A inizio capitolo si è sostenuta la tesi che gli interventi integrativi svolti al di fuori del normale orario di insegnamento possono anche rivelarsi dannosi, per cui il metodo dei percorsi didattici flessibili prevede che il recupero sia svolto nel normale orario scolastico. A questo punto ci si chiederà cosa debbano fare gli alunni che hanno raggiunto gli obiettivi nei tempi inizialmente programmati.

La flessibilità del metodo consiste proprio nell’organizzare per questi ultimi attività di approfondimento, da svolgere contemporaneamente a quelle di recupero. Tali attività prevedono che gli alunni migliori siano impegnati a raggiungere un livello di padronanza maggiore della materia, ma assolutamente senza andare oltre quelli che erano gli obiettivi dell’unità didattica. Si ricorderà infatti che la caratteristica dei percorsi didattici flessibili è quella di far raggiungere a tutti gli alunni gli stessi obiettivi.

Ieri e oggi
La situazione attuale
Il pieno sviluppo degli individui
L’insegnamento individualizzato
I percorsi didattici flessibili
I percorsi didattici diversificati
I percorsi didattici aggiuntivi




Gli interventi didattici differenziati
Ieri e oggi
La situazione attuale
Il pieno sviluppo
   degli individui
L’insegnamento
   individualizzato
I percorsi
   didattici flessibili
I percorsi
   didattici diversificati
I percorsi
   didattici aggiuntivi