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I percorsi didattici diversificati

Non sempre i percorsi didattici flessibili risultano adeguati alle particolari situazioni delle classi. Si era infatti visto che essi vanno bene per situazioni in cui le conoscenze di partenza e il livello di apprendimento non siano troppo diversi all’interno del gruppo classe. La realtà è spesso diversa, perché, nelle classi reali, accanto a individui che possono essere considerati "nella media", statisticamente numerosi, si incontrano non solo alunni svantaggiati e handicappati, ma anche quelli particolarmente dotati dal punto di vista intellettivo e della capacità di apprendimento.

Nel caso in cui in classe vi sia la presenza di alunni appartenenti a queste categorie, è necessario introdurre i percorsi didattici diversificati.

La prima grossa differenza rispetto ai percorsi didattici flessibili sta nel fatto che la diversificazione che si attua sulle diverse categorie di alunni non si limita alle metodologie, ma anche agli obiettivi.

Un tale metodo non può più avere lo scopo di far raggiungere a tutti gli allievi obiettivi comuni, ma mira a portare ciascun alunno al più alto livello formativo al quale egli può pervenire, partendo da un esame delle potenzialità dei singoli.

Il problema della presenza di persone oggettivamente differenti rispetto agli altri è sempre esistito nella scuola, tanto che la riforma Gentile, attuata nel 1923, istituì le "classi differenziali" per alunni che "presentino anormalità di sviluppo". Successivamente, nel 1933, vennero introdotte le scuole speciali per i ragazzi "affetti da malattie contagiose, fanciulli anormali e minorati fisici".

Il principio dell’"integrazione scolastica" ha iniziato a diffondersi a partire dagli anni Settanta e afferma che tutti gli alunni devono frequentare classi comuni. Esso trova la sua piena applicazione solo se non si attua nessuna forma di discriminazione nei confronti degli alunni, compresi quelli handicappati o svantaggiati che precedentemente venivano emarginati.

Il principio dell’integrazione scolastica degli alunni handicappati è stato sancito dalla Legge 517/77. Negli anni Ottanta sono stati eliminati anche gli interventi a essi destinati da svolgersi in orario aggiuntivo, il che era in palese contraddizione con il principio dell’integrazione. Comunque, nonostante la normativa a proposito sia chiarissima, una certa emarginazione esiste ancora oggi, in quanto gli interventi di sostegno vengono affidati agli "insegnanti di sostegno" che, non di rado, portano i ragazzi con handicap al di fuori della classe, in aule separate.

La Legge 104/92, legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, contiene fra l’altro norme relative al diritto all’educazione, all’istruzione (art. 12) e all’integrazione scolastica (art.13). Essa codifica la successione delle fasi del processo di inserimento/integrazione e del metodo educativo dell’alunno handicappato:

— l’individuazione della disabilità, che viene accertata da un’apposita commissione della ASL, oppure può essere certificata da uno specialista pubblico o da uno psicologo in servizio o convenzionato con la ASL;

— la diagnosi funzionale, rappresentata dal documento pubblico che certifica l’handicap, che deve contenere elementi clinici, psicosociali, difficoltà e potenzialità dell’alunno; ha un carattere temporaneo e transitorio;

— il profilo dinamico funzionale segue la diagnosi funzionale e viene redatto da un gruppo di lavoro formato dall’Unità Multidisciplinare, dal docente curricolare, dal docente di sostegno e dai genitori dell’alunno; rappresenta un esame approfondito dei diversi aspetti della personalità del ragazzo (cognitiva, affettiva, sensoriale, motoria ecc.) e, per ognuno di essi, ne viene analizzato il funzionamento e previsto lo sviluppo;

— il piano educativo individualizzato, che viene preparato da un gruppo di lavoro formato da operatori designati dalla ASL, insegnante curricolare, insegnante di sostegno, genitori dell’alunno e rappresentanti istituzionali che si interessano del ragazzo; descrive gli interventi finalizzati alla piena realizzazione del diritto all’educazione, all’istruzione e all’integrazione scolastica; viene redatto a inizio anno ed è soggetto a verifiche trimestrali o quadrimestrali.

Il metodo dei percorsi didattici diversificati, sensibile al problema dell’integrazione, prevede che tutti gli alunni partecipino a momenti didattici comuni e la diversificazione viene attuata quando tutti sono contemporaneamente impegnati in attività diverse, in maniera tale che gli allievi svantaggiati saranno impegnati in attività compensative, gli handicappati in attività di sostegno, i più dotati in attività di arricchimento, quelli che ancora non hanno raggiunto i loro obiettivi in attività di recupero, altri ancora in quelle di approfondimento.

Una tale organizzazione prevede pertanto un minimo di interventi comuni, che sono sempre necessari per dare un senso al principio dell’integrazione, affiancati dall’impegno, che deve essere sempre contemporaneo, di tutti gli alunni in attività diversificate (compensative, di sostegno, di arricchimento, di recupero, di approfondimento). Non sono pertanto previste attività da svolgere in orari diversi da quelli delle normali lezioni.

Le attività di sostegno rappresentano gli interventi differenziati rivolti agli alunni handicappati e sono svolte sia dagli insegnanti curricolari sia da quelli di sostegno. Gli insegnanti di sostegno affiancano gli insegnanti della classe e devono essere forniti di specifico titolo di specializzazione, che viene rilasciato al termine di un corso previsto dall’art. 325 del T.U. 297/94. Essi hanno la contitolarità della classe e partecipano a pieno titolo alle operazioni di programmazione e realizzazione delle attività che riguardano gli alunni handicappati e alla valutazione finale.

L’attività di sostegno riveste un carattere di specificità e non consiste solo nell’impiego di particolari metodologie, ma può anche includere l’uso di specifici linguaggi (per esempio l’alfabeto Braille), necessari per superare le difficoltà di apprendimento, diverse per ogni persona handicappata, ma sicuramente riscontrabili in questa tipologia di alunni. Infatti sono proprio tali complicazioni che rappresentano il carattere distintivo di un portatore di handicap.

Gli interventi compensativi sono rivolti agli alunni svantaggiati. Lo svantaggio è visto come quella situazione che rende un alunno inferiore agli altri, non perché inferiore dal punto di vista dello sviluppo intellettivo, ma perché appartenente o proveniente da un ambiente di vita che ha generato, in un modo o in un altro, lo svantaggio socio-culturale del ragazzo rispetto ai suoi pari. Gli svantaggi si possono riferire sia agli aspetti generali della personalità e della formazione sia alle singole discipline. Sono quindi svantaggiati i ragazzi provenienti da un ambiente poco stimolante dal punto di vista culturale, oppure quelli appartenenti ad altri popoli, con problemi di lingua, di cultura, di abitudini diverse che li pongono in una situazione di forte discriminazione rispetto agli altri.

Sempre per lo spirito dell’integrazione e del metodo dei percorsi didattici flessibili, gli alunni svantaggiati devono seguire il percorso didattico comune finché è possibile, ma possono svolgere attività di compensazione per brevi periodi, sempre, naturalmente, che esse avvengano in parallelo con gli interventi previsti per le altre tipologie di alunni che fanno parte della stessa classe. Un caso tipico è rappresentato dall’integrazione linguistica, che può essere programmata anche in orari aggiuntivi rispetto al normale orario di lavoro, organizzando gruppi di soli stranieri.

Gli interventi di compensazione devono essere quanto più possibile tempestivi, per cui vanno svolti in prevalenza all’inizio di ogni ordine di scuola, ma vanno proseguiti anche durante tutto il percorso didattico.

Gli interventi di "arricchimento" sono rivolti principalmente agli alunni superdotati. Questi ragazzi, come prima accennato, sono stati a lungo emarginati nella scuola, perché spesso sacrificati dalla filosofia che voleva che tutti i ragazzi fossero portati al livello minimo di obiettivi. Un tale fine creava un alibi per gli insegnanti e quasi li autorizzava a rivolgere i loro sforzi solo verso i più deboli, tralasciando quelli che, a volte anche in maniera velocissima, raggiungevano gli obiettivi. Questi alunni, annoiati da un’attività scolastica per loro ripetitiva, non riuscivano a sviluppare pienamente la loro personalità, come invece prescritto dalla Costituzione e, proprio per questo, rappresentavano un fallimento dell’azione educativa, un cadavere nell’armadio, forse maggiore rispetto a quello che si verifica quando non si conduce un alunno al raggiungimento degli obiettivi previsti.

Il metodo dei percorsi didattici diversificati prevede la valorizzazione degli alunni superdotati attraverso attività che non solo fanno loro approfondire gli argomenti studiati, ma addirittura ampliano, nel numero e nel livello, gli obiettivi formativi e culturali rispetto a quelli previsti per gli altri alunni. Proprio la caratteristica di prevedere il raggiungimento di obiettivi aggiuntivi differenzia i percorsi di arricchimento da quelli di consolidamento e di approfondimento, che pure servono a sviluppare maggiormente le capacità di alunni che hanno raggiunto velocemente gli obiettivi fissati.

Ieri e oggi
La situazione attuale
Il pieno sviluppo degli individui
L’insegnamento individualizzato
I percorsi didattici flessibili
I percorsi didattici diversificati
I percorsi didattici aggiuntivi




Gli interventi didattici differenziati
Ieri e oggi
La situazione attuale
Il pieno sviluppo
   degli individui
L’insegnamento
   individualizzato
I percorsi
   didattici flessibili
I percorsi
   didattici diversificati
I percorsi
   didattici aggiuntivi